BELLEZZA E FRAGILITA'

DI MARIE-CLAIRE GRASSET

In me, bellezza e persona risuonano nello stesso modo: la persona è un’opera d’arte, ogni vita è un’opera d’arte, forse la più bella che ci sia ma anche la più fragile. Si possono sigillare le opere d’arte, proteggerle in un museo... con una persona è impossibile.

da Marie-Claire Grasset

Marie-Claire Grasset è psicoterapeuta e presidente dell’associazione Domino; vive a Tolosa

Bellezza

Che cos’è la bellezza? Eccoci confrontati con un termine che non fa l’unanimità. È molto difficile definire questa parola perché rimanda, così penso io, a un’esperienza soggettiva, tanto soggettiva quanto lo è quella dell’amore. Ciò non significa che occorre rinunciare a esprimersi su che cosa sia la bellezza, a tentare di avvicinarsi a ciò che ricopre.
In ogni modo il mio proposito non ha nessuna pretenzione filosofica, vuole semplicemente comunicare quanto quella esperienza della bellezza mi ha accompagnata e indirizzata nell’arco della mia esistenza, nonché le forme che essa prende oggi per me, in particolare attraverso tutto ciò che assumo in Domino con Yves, Michèle, Claire e Marc, senza citare coloro che sono presenti, fiduciosa nel fatto che ciò che è più personale raggiunge ciò che è universale e pertanto vi raggiungerà.

Bellezza e persona

Ho vissuto tutta la mia infanzia e la mia adolescenza in un villaggio agricolo della Vendea. L’arte e la cultura accademica così come le intendiamo oggi erano poco presenti. Non andavo mai al concerto o in un museo, il teatro si limitava al teatro d’oratorio con una qualità artistica tutto sommato discutibile. Direi che l’apertura della mia sensibilità alla bellezza apre su due strade: quella dei lunghi momenti passati nella natura, nel giardino con il mio papà, ma soprattutto quella della vita condivisa con la gente del mio villaggio. Passavo lunghe ore a guardarla vivere e lavorare: il panettiere o il fabbro quando il rapporto con il fuoco e la materia mi affascinava, l’infermiera che mi portava con sé per fare i suoi giri, i viticoltori che potavano le viti.
C’era una varietà d’universo che mi piaceva. La bellezza, la vedevo soprattutto in questi visi segnati dal lavoro, nella gioia di vivere, nella gratuità delle relazioni, nelle celebrazioni, le festa di quartiere, una solidarietà decisamente naturale. E passavo le mie giornate in questa ricerca. È certamente ciò che mi ha condotta e indirizzata nel mia scelta professionale, nel mio desiderio di andare incontro alla bellezza nascosta nel cuore di ogni uomo.
In me, bellezza e persona risuonano nello stesso modo: la persona è un’opera d’arte, ogni vita è un’opera d’arte, forse la più bella che esista ma anche la più fragile. Si possono sigillare le opere d’arte, proteggerli in un museo... con una persona è impossibile perché tutto è mutevole, in un istante essa può essere bella, luminosa, poi completamente spenta, inesistente, nel momento successivo. Ciò che mi appassiona è fare che i momenti di sfaviglio siano sempre più frequenti e visibili. Il teatro è un’arte vivente e per questo motivo è un canale meraviglioso.

Bellezza e fragilità

Un’altra esperienza fondatrice per me è stata quella dell’incontro con la fragilità, la mia stessa fragilità ma anche quella dell’altro. Come l’abbiamo espresso nello spettacolo Poly Chromie & Cie, (spettacolo creato con persone che soffrono di una disabilità mentale o psichica), le quattro esperienze che hanno messo in moto Bouddha e che probabilmente mettono in moto ogni uomo -cioè quella della povertà, della malattia, della vecchiaia e della morte- hanno forgiato il mio sguardo sulla bellezza. A volte mi chiedo se la bellezza esista in sé.
Mi piace quando François Cheng dice che, in fondo, è il nostro sguardo su ciò che ci circonda che fa apparire la bellezza: “Contemplare è condividere, è far avvenire la bellezza. La bellezza non è una forma solamente esteriore, fissata una volta per tutte, che può essere collocata su uno scaffale come una statuetta. La bellezza è uno slancio verso la bellezza, una fontana nello stesso tempo visibile e invisibile, che sorge in ogni istante dal profondo degli esseri presenti. E poiché la bellezza è incontro, sempre inattesa, sempre insperata, solo uno sguardo attento può conferirle stupore, meraviglia, emozione...”
È ciò che mi diceva pure la mamma di una delle persone disabili del nostro gruppo: “in fondo è il nostro sguardo che fa che le cose siano belle”.
Sì, tutto è un problema di sguardo, di ascolto, di apertura quando si tratta di bellezza, così come tutto è problema di accoglienza, di compassione di fronte alla fragilità. Se vogliamo farne l’esperienza, la bellezza chiede di essere fragile, vulnerabile. Essa si propone, essa si ricerca, non si impone mai.
La mia esperienza vicino a persone la cui fragilità è apparente, presso persone con handicap mentale o che vivono una malattia mentale, ha sviluppato in me un certo acume, un interrogarmi che ho ritrovato successivamente in vari artisti come Rouault:
“Più siamo artisti, più dobbiamo creare bellezza pur con l’orrore del male stesso. È vero che bisogna avere il coraggio di assumere questo male in sé, e la forza di sopportarlo. L’artista è colui che salva il mondo dal dolore dandogli le più belle forme dell’amore”.
È questo il grido che ho sentito mentre lavoravo nell’ospedale psichiatrico, questo desiderio vitale di riuscire ad esprimere l’angoscia, in forme che a volte possono sembrare brutali e, in ogni modo, assai lontane dai sentieri abituali dei canoni artistici. È lo stesso grido che sento spesso nei laboratori o nei soggiorni che organizziamo.
Prendere un pennello o scrivere non costituisce un semplice passatempo per queste persone. Si tratta di un imperioso bisogno interiore di comunicare le loro lotte, le loro lacerazioni, anche in modo disordinato e a volte improcedibile. Come se l’arte fosse la porta d’accesso alla parte la più seppellita, la più tenebrosa di loro, come se l’arte avesse il permesso di rompere “ lo spazio stretto e angoscioso del finito” nel quale esse erano immerse, tanto per riprendere le parole di Papa Pio XII nella sua Lettera agli artisti. L’arte ci connette con ciò che c’è di più profondo in noi, con l’invisibile che deve rivelare. Alla fine di un soggiorno artistico di due settimane, Arnaud mi disse: “Quando faccio teatro, toccò la mia anima”.
Successivamente, ho animato dei laboratori di espressione teatrale con persone handicappate mentali. Un’altra finestra si è aperta per me. Mi sono meravigliata della loro semplicità e della gioia che la scena procurava loro. Essere nella luce una volta tanto, poter essere guardate, avere davanti a sé un compito che si apre anziché chiudersi: quello del possibile.
Direi che hanno decuplicato in me l’inventività. Hanno un tale desiderio di donarsi che devo cercare i mezzi che glielo consentano, mettere tutto in opera perché la bellezza che li abita possa raggiungere lo sguardo di tanti. La loro fragilità è diventata il canale del mio percorso di creazione, se così posso dire, ed è una grande fortuna.
Inoltre, la loro goffaggine, il loro smarrimento non costituiscono un ostacolo. Al contrario, vi è là un tesoro, una miniera d’oro piena di insegnamento non soltanto per me ma per molti, in particolare per gli artisti. Queste persone non hanno niente da provare, niente da perdere. Sono senza illusione su se stesse, coscienti della loro disabilità. Un giorno ho accolto Josette venuta dalla Svizzera con una sua educatrice per uno stage di espressione teatrale. Essa non aveva mai lasciato il centro nel quale viveva da più di trent’anni. Non parlava e aveva bisogno di essere accompagnata per tutti i gesti della vita quotidiana: pasti, igiene intima. Era stata qualificata come “ritardata grave”. Le ho proposto di andare sul palco scenico con gli altri, l’ha fatto, e l’ho vista allora come una bambina che cercava di cogliere la luce, di giocare con lei. Era magnifica da guardare e un profondo silenzio si impossessò di noi tutti. Josette si sforzava di sperimentare ciò che era divenuto quasi banale per me e per gli altri presenti: la luce; e ci permetteva di contemplarla. Nessun artista professionale avrebbe potuto fare la stessa cosa nello stesso modo.

Conclusioni

“Creare bellezza pur con l’orrore del male stesso” come dice Rouault: non è forse nel cuore di questo paradosso che risiede il potere che trasforma l’uomo, quel potere che niente può fermare, né la follia, né le guerre, né i campi di concentramento. Non possiamo risolvere questo paradosso né con la forza, né con l’ambizione, né con la potenza, ma attraverso la strada delicata dell’accettazione della fragilità. Quella che ci fa intravedere l’altro, il totalmente altro, lo sconosciuto, l’innominabile.
Creare bellezza attraversando le nostre fragilità personali e societarie è ciò che porta pace, rende libero e degno. Ogni atto di bellezza, anche il più piccolo, costruisce, umanizza, appacifica, contribuisce a dare speranza, ed è la scommessa del lavoro che noi svolgiamo a Domino e che non ci stanca mai.

Vorrei concludere con questa frase di Maurizio: “non conosco musica più meravigliosa che questo canto che sprizza dalle anime quando ci si inginocchia davanti al loro mistero”.