ETICA ED ESTETICA NELLE NOSTRE PROFESSIONI

Intervista con l'Associazione Pedagogia Globale

Durante l'anno 2014, l'associazione ha impostato il suo lavoro di ricerca e formazione sul rapporto tra Etica ed Estetica nelle professioni; essa offre qui il risultato delle sue riflessioni sotto forma di una intervista. Questo apporto è stato presentato durante il congresso di Montreal.

da Pedagogia Globale

L'associazione Pedagogia Globale, con sede a Milano in Italia, è un organismo di autoformazione che riunisce professionisti impegnati nel campo dell'azione sanitaria, sociale ed educativa.
Essa è partner del congresso fin dal suo inizio poiché il suo fondatore, Umberto Dell'Acqua, ne fu il co-iniziatore.

Il nostro contributo al Congresso di Montreal consiste nella presentazione di una testimonianza della ricerca che si è svolta in PG in molti anni di lavoro insieme.
In particolare, quest’anno abbiamo seguito il tema “Etica ed estetica nelle nostre professioni”. Da questo lavoro comune deriva l’intervista seguente a vari soci di Pedagogia Globale, che come sapete, è una associazione di professionisti delle scienze umane, insegnanti ed educatori evidentemente, ma anche medici, psicologi, giuristi, responsabili politici e perfino ingegneri e amministratori di imprese.
La pedagogia, infatti, in quanto scienza dell'educazione, riflette in modo scientifico e sistematico sull'esperienza educativa, sul possibile umano e sul grado di compiutezza raggiungibile nelle diverse fasi evolutive, identificando gli strumenti atti ad accompagnare tale processo. Studiando il possibile umano, essa deve servirsi del contributo sia delle scienze antropologiche, sia delle scienze che elaborano i valori di riferimento, come pure delle scienze sperimentali. Eccoci allora alla nostra intervista. Siamo convinti che le domande che ci siamo posti siano ancora più importanti delle risposte che abbiamo cercato di dare, pertanto speriamo che il dibattito si apra anche in rete con quanti di voi saranno interessati a continuare la riflessione.

• Come si può declinare il rapporto fra etica ed estetica nelle nostre professioni?
In che cosa consiste il bel risultato della mia attività professionale, il bello di ciò che faccio quotidianamente? Chi entra in relazione con me e con la mia attività professionale è in grado di rilevare la bellezza del mio operare?

Ciascuno di noi vive in continuo cambiamento e il rischio di non riconoscere più l’armonia presente in ciascuno o di non rispettarla è sempre in agguato. Chi di noi esercita professioni a costante contatto con il “bello dell’umano” sembra essere avvantaggiato. Ma in tutte le professioni il bello consiste, per esempio, nella passione per il proprio lavoro, nelle finalità alte a cui si tende, nell’ intesa fra coloro che collaborano alla realizzazione di un progetto e nella disponibilità a spendersi anche al di là del giusto riconoscimento pecuniario.

• La formazione professionale può essere disgiunta da quella personale?

A questa domanda PG risponde proponendo una riflessione che negli anni ’90 il prof. Dell’Acqua ci aveva offerto, prendendo spunto da uno scritto del giudice americano Elbert P. Tuttle, secondo il quale il professionista è una persona che garantisce “un servizio che trae origine da tutto l’insieme della sua personalità. Il servizio reso dal professionista, nella sua essenza vera, non può essere separato dal suo essere persona. Egli non ha mercanzie da vendere o terre da coltivare: il suo solo avere è la sua persona. Da ciò deriva che non vi può essere un giusto prezzo per il suo servizio: quanto vale una porzione della credibilità di un uomo?”
Pertanto la formazione professionale va di pari passo alla formazione della persona e dura tutta la vita!

• Si può definire la bellezza?

Ci abbiamo provato. In tanti prima di noi l’hanno fatto, ma ogni definizione limita l’orizzonte infinito della ricerca e quindi abbiamo desistito. Ma non ci sottraiamo a continuare a confrontarci, per convergere insieme verso … l’orizzonte della bellezza.

• Quando possiamo affermare che un’opera è bella?

Un’opera è bella, cioè nasce come bella dalle mani dell’autore oppure viene sentita, descritta o giudicata tale se e quando emerge da una relazione ( è importante entrare nel linguaggio, nel contesto, nel mondo dell’autore) e quando esprime la ricerca di un universo, e dell’universale. Rifiutiamo le provocazioni fine a se stesse, proprio perché, nella loro particolarità, non aprono la mente e il cuore ad oltrepassare i limiti spazio-temporali e non ci lasciano liberi: quindi, né lo strumento, né la forma devono mai eccedere, ma permettere la riflessione e invitare alla ricerca.

• Esiste un rapporto fra estetica ed etica ed in che cosa consiste?

Se non c’è, possiamo cadere in un baratro, nel disumano (facciamo riferimento all’esempio delle SS: molti gerarchi si circondavano di opere d’arte e si compiacevano di esserne estimatori esperti, ma poi creavano intorno a sé l’inferno).
C’è sempre un’etica a monte in chi crea la bellezza, in chi la dona e in chi la conserva e la tramanda, non in chi la cela agli altri e la tiene per sé.

• C’è un naturale passaggio dal bello al buono e viceversa?

Il rapporto e il passaggio dall’estetica all’etica, dal bello al buono, non avvengono mai automaticamente (si pensi ancora alle aberrazioni del periodo nazista), pertanto è la riflessione condotta insieme, attraverso un dialogo e una consuetudine vissuta, che promuove il passaggio dal bello al buono e viceversa. Anche se a volte succede che alcuni committenti facciano dono di bellezza, di opere d’arte servendosi di artisti noti, per motivi prevalentemente utilitaristici, o di marketing, ciò non toglie che chi ne godrà in seguito, potrà ristabilire l’armonia del rapporto tra bello e buono, proprio a contatto con l’opera donata, come capita a noi di fronte a certi palazzi del passato o a certe sconcertanti opere pubbliche del presente.

• Sono entrambe, estetica ed etica, riconducibili ad un processo esclusivamente evolutivo o esiste un universale a cui si riconducono?

Il messaggio dell’opera d’arte è universale nel comunicare bellezza se suscita emozioni, anche se diverse e di diverso indirizzo, ma non solo: qualcuno ricorda che se partiamo dal presupposto che io stesso sono un’opera d’arte, che l’uomo è un’opera d’arte, il mio compito consiste nel conservare la bellezza di quest’opera e non di stravolgerla. Bisogna continuare a cercare per trovare le chiavi per accedere alla bellezza e la relazione che viviamo anche all’interno delle nostre associazioni è una di queste chiavi.

• Posso accostare la bellezza della natura alla bellezza dell’arte?

Accanto all’universo dato, c’è l’ universo creato dall’uomo, un universo affettivo che si esprime nell’etica e nell’estetica. I principi logici, principio di identità, di causa effetto ecc., che riguardano il processo conoscitivo, qui si applicano all’area del livello cui è giunta l’affettività nel suo processo di maturazione, processo che parte da una energia di base istintuale, ambivalente, che gravita esclusivamente attorno all’interesse immediato del soggetto, sino ad arrivare a quella energia che è tipica della dimensione spirituale. All’artista non si chiede di riprodurre la bellezza della natura, ma di esplicitarla, di raccontarla, di viverla a suo modo, rendendone partecipi tutti noi.

• Come non confondere il bello con la sua maschera, il bene con la sua parodia, il livello di una tappa con quello del traguardo finale?

E’ un rischio che dobbiamo correre, ma che ci permetterà di confrontarci continuamente con gli altri, fiduciosi della loro e nostra onestà intellettuale.

• Quali le motivazioni che hanno portato oggi a circoscrivere la bellezza nel terreno dell’etica?

L’insistenza oggi nel circoscrivere la bellezza nel territorio dell’etica è stata motivata da un cambiamento epocale, soprattutto nel campo delle arti figurative dove anche gli strumenti atti alla esecuzione dell’opera stessa sono stati contestati ed aboliti. Individuare le variabili che hanno determinato questa rivoluzione non è facile; già il cubismo, sostituendo la realtà con una sua scomposizione, trasmetteva il senso della relatività della conoscenza umana; poi via via l’opera d’arte ha rifiutato la forma figurativa e non figurativa, identificandola appunto con i valori conoscitivi e razionali ed è diventata vitalismo, esaltazione dell’inconscio, oppure al contrario, ha richiesto alla tecnica strumenti per comunicare un’idea (dallo spazialismo si è passati al concettualizzo), o ancora ha sperimentato la possibilità espressiva della materia: dalla plastica, alle gocce fatte cadere dall’alto della tela, l’opera d’arte ha potuto raggiungere una sua bellezza, lenta però da assimilare e lontana da quella speranza, in lei riposta, di poter salvare il mondo.

• Ma allora, da che cosa dovrebbe salvarci, la bellezza?

Comunicare è ciò che ci interessa di più, ciò comporta che ci assumiamo il rischio di metterci in relazione: la bellezza può salvarci dall’aggressività che contraddistingue tutti gli esseri che vivono insieme (anche i macachi!), ma anche quelli che vivono da soli, che scatenano aggressività nei confronti di se stessi. La bellezza ci fa stare meglio, ci salva dall’isolamento, ci intriga, ci tira dentro in un discorso comune, che si eleva al di sopra di ciò che è solo utile e ci aiuta a condividere il bene comune.
Già nel 1938 Freud scriveva.”…l’inconscio è il vero e proprio psichico ; le sue ricerche hanno portato alla conoscenza di caratteri finora insospettati ….ed alla scoperta di alcune delle leggi che lo governano …Con tutto ciò non è tuttavia detto che la qualità della coscienza abbia perduto per noi il suo significato…Di fatto essa resta la sola luce che nelle tenebre della vita psichica ci illumina e ci governa.” Il rischio quotidiano nella vita di ciascuno di noi è la difficoltà di gestire al meglio la fascinazione di questa energia ambivalente che è all’origine della vita psichica stessa tra conscio e inconscio; il processo d’ascesa è così intermittente nella vita di ciascuno che il rischio di confondere , quando non di volere sostituire, il bello con la sua maschera, il bene con la sua parodia è sempre presente; solo una etica rigorosa appare soprattutto in questo momento storico, l’ancora di salvezza ed al tempo stesso quel terreno, il solo, atto ad ospitare una bellezza in migrazione.
La bellezza ci salva da ciò che ci opprime e cercarla e imparare ad apprezzarla ci aiuta ad essere più uomini.
La bellezza ci può salvare dal rischio del solipsismo, dall’autoreferenzialità, dal self. Tutto ciò che è bello si offre alla relazione che ci difende dal rischio di chiuderci in noi stessi.

• Quale rapporto tra etica ed estetica dal punto di vista pedagogico?

Perché il bello sia anche etico è necessaria un’educazione all’emozione, così essa si trasforma e diventa sentimento. Perché l’emozione, altrimenti, viene percepita come un’esperienza solo momentanea: in questo modo entra l’aspetto etico in ciò che si vive, e ci si apre alla relazione, a partire da ciò che ci ha emozionato e che impariamo a sentire come bello. L’emozione è personale, ma se viene comunicata può essere di tutti e può venire da tutti. Anche le neuroscienze hanno provato che emozione e sentimento sono elementi cognitivi, che addirittura arrivano a modificare i neuroni.
La bellezza riconosciuta e condivisa serve ad uscire da esperienze che sarebbero esclusive ed escludenti, per esempio da situazioni di violenza subita. Per questo bisogna educare ad assumere uno sguardo metaforico rispetto alla realtà, per poterla superare e andare al di là del presente, che può offrire emozioni pesanti e cattive. Anche le esperienze più drammatiche, rielaborate e comunicate, diventano sentimenti e aiutano a vivere con maggiore consapevolezza, limitando il danno delle emozioni cattive.
E’ importante l’impostazione educativa che si riceve da piccoli: in particolare l’educazione alla narrazione delle esperienze di bellezza, per essere più veri, più aperti, più umani nella comunicazione, per riconoscerci e per essere riconosciuti nella nostra identità.

• Possiamo ancora pensare di trovare nelle opere d’arte le risposte alle domande che ci stanno più a cuore e ‘riposare’ con la mente, lo spirito, il sentimento e l’emozione nel godimento della bellezza?

Ahimè, il riposo, quando c’è, è temporaneo, e subito si riaffaccia il travaglio degli interrogativi che bello proprio non è. E’ difficile trovare un’opera o una situazione che ci aiuti a rimanere nella bellezza… Non si può riposare di fronte a un’opera d’arte, perché non si può riposare in presenza di una persona interessante, o anche solo intrigante, non può non incuriosirci, quindi muoverci, com-muoverci. No, non si riposa.

• Che rapporto c’è tra bellezza e corporeità? Tra bellezza e fisicità? Tra bellezza e materia?

Il vocabolario greco antico non comprendeva un sostantivo per esprimere il concetto di arte; quello che più si avvicina a ciò che noi intendiamo per arte è téchne (che vuol dire arte del fare con le mani). Ciò significa che la bellezza dell’opera passa attraverso le mani, attraverso il tocco del corpo, attraverso ciò che è fisico, cioè legato alla natura (physis=natura). Questo ci aiuta a capire quanto sia importante la materia dell’opera d’arte, sia per l’artista, sia per noi che ne fruiamo: la scelta dei materiali, degli strumenti, degli allestimenti, degli spazi, dei contesti espositivi, dei suoni, dei movimenti, l’attivazione di tutti i sensi e di tutti noi stessi di fronte alla pro-vocazione dell’artista che offrendoci la sua opera, si mette in relazione con noi.

• Se avessimo le capacità e le competenze artistiche sufficienti, saremmo soddisfatti della nostra opera?

Oggi forse non potremmo essere soddisfatti nemmeno se commissionassimo al massimo artista vivente un’opera tutta per noi: rappresenterebbe pur sempre un momento della nostra vita, inesorabilmente passato, oppure un desiderio per il futuro, che non sappiamo se si realizzerà. Un’idea, dunque. Una nostra rappresentazione, o addirittura potrebbe rappresentare una fuga dalla realtà in cui viviamo. Ma la vita esige da noi una visione olistica della realtà, che tutto comprende: idee, materia, fisicità, relazioni, solitudine, progetti, obiettivi, sguardi, emozioni, suoni, canti, silenzi, colori, ritmi, cantilene, armonie, dissonanze, gridi, scoppi, fughe, sofferenze, gioie. E la bellezza della vita viene dal suo interno, dal suo essere vissuta senza risparmio, in piena responsabilità, nella sua quotidiana frammentarietà e nella sua interezza, fino a quando la vedremo…da un altro punto di vista. (forse quello divino?)

Grazie a tutti i soci di PG che hanno accettato di essere intervistati.