UNA SOCIETA' DI GRATUITA'

Conferenza tenuta durante il congresso di Lovanio nel 1997

da Godfried Danneels

Monsignore Godfried Danneels è stato Cardinale Arcivescovo di Bruxelles-Malines

Cari amici,
La nostra società è senza fiato. Certo non dobbiamo tracciarne un quadro troppo nero tuttavia il quadro non è molto luminoso. Nel paesaggio che abbiamo sotto gli occhi, molte cose sono a fosche tinte. In un primo tempo, vi invito a ricostituire questo paesaggio nelle sue grandi linee. La nostra società è senza fiato perché manca di gratuità. È centrata sull’utile, l’economico, il tecnico e lo scientifico, sulla comunicazione formale e avida. Essa manca in modo particolarmente evidente di gratuità e di generosità. Eppure non siamo gente cattiva ma forse abbiamo perso il treno!
La nostra società manca di speranza. Qualche anno fa si diceva “questa volta entriamo nella società industriale”, poi ci hanno detto, ed era vero, “entriamo nella società del tempo libero”. Adesso sentiamo dire “entriamo in una società depressiva”. Non è la società economica che è nella vera crisi; lo è certamente, ma la vera crisi è quella dell’uomo, che si traduce col terrore del presente, una cancellazione quasi completa della memoria, un bloccaggio nei confronti del futuro. Manchiamo terribilmente di attesa escatologica.
Manchiamo anche di interiorità. Se ci crediamo interiori, ciò significa che siamo ripiegati su noi stessi, viviamo alla giornata, nel vuoto. La nostra psicologia registra soltanto la temperatura esteriore come lo fa il termometro. Senza essere in nessun modo un termostato. Noi registriamo, subiamo e viviamo soprattutto in funzione del termometro fantastico dell’opinione pubblica e dei media. Pover’uomo che ha mancato la scommessa dell’interiorità. Manchiamo pure, l’ho appena detto, di memoria come se il mondo avesse cominciato solo ieri sera o questa mattina. Manchiamo di immaginazione, non abbiamo progetti. La vita in società è come un pane senza lievito o un formaggio senza buchi se mi permettete il confronto. Essere così soli, isolati nel nostro mondo, chiusi nella nostra psicologia come in una gabbia, ha come conseguenza che diventiamo iper-responsabili di tutto. Poiché abbiamo tagliato i legami con il trascendente, con gli altri, con la natura, con il mondo, con l’ambiente, poiché senza neanche saperlo ci siamo dichiarati “dei” in questa solitudine divina, ereditiamo anche delle missioni divine. Dobbiamo fare tutto noi stessi, riparare tutto, permettere che tutto si realizzi.
Questa iper-responsabilità induce in noi una specie di febbre “prometeana”: vogliamo risolvere tutto con le nostre sole forze. Siamo diventati grandi, adulti. Il bambino è morto nel nostro cuore. Da un lato è molto eccitante ma da un’altra parte è totalmente deprimente! Quando qualcuno perde il bambino nel suo cuore, perde se stesso. Questa iper-responsabilità che non possiamo soddisfare, trascina con sé l’aggressività contro noi stessi e contro gli altri. Qualcuno che è isolato è come un gatto in una gabbia che non può uscirne e che si dibatte. Se non può battersi contro gli altri, si batte contro se stesso. Ne deriva questa frenesia della sessualità liberata che si rivolge a se stessa; in effetti, se la sessualità è soprattutto attenzione all’altro, quando viene pervertita, diventa semplicemente una battaglia contro uno specchio, anche quando si indirizza all’altro.
Nella nostra società, manchiamo pure di universalità. Siamo forti in comunicazione o perlomeno in informazione. Sappiamo pressoché tutto e subito. Tuttavia, non siamo universali perché rimaniamo convinti che “la mia verità è la Verità”. E poiché siamo dei miliardi, ci sono miliardi di verità il che distrugge completamente la nozione di vero. Siamo nel regno del soggettivismo trionfante. Se la mia verità è la Verità, se mi arrogo i privilegi del Vero, in particolare il compito di imporlo, ciò degenera in una società violenta, violenta contro se stessa, contro gli altri, contro tutto. Infine, per terminare il quadro, non bisogna estenderlo troppo. C’è un’inflazione di parola a scapito del simbolo e della bellezza, dell’immagine-simbolo. Siamo in un periodo in cui tutto è detto ma poche cose sono mostrate, in cui si spiega tutto ma non si mostra niente. Ciò crea evidentemente una noia mortale.
Ecco un quadro limitato che è scuro. La nostra società, con una specie di reazione endemica, si crea delle terapie per se stessa, delle terapie a breve termine. Accontentiamoci di enumerarle senza dilungarci troppo perché non hanno molta importanza.
Una delle terapie che la società secreta endemicamente è l’automedicazione, l’assorbimento ossessivo di medicine: tranquillanti alla sera, eccitanti al mattino. Essa secreta i suoi propri anticorpi che sono, a mio avviso, cattivi anticorpi. Non è possibile guarire una malattia dell’essere con un’abbondanza di avere. Non si può guarire una patologia di senso con un mezzo tecnico anche se medico o terapeutico. Non si possono guarire i mali del qualitativo aumentando il quantitativo. Anche se è la prima cosa che viene alla mente, la medicazione è cattiva.
C’è pure, come autoterapia nella nostra società, l’alcol e le droghe. Il trattamento delle nostre malattie, delle malattie della nostra società, poiché sono malattie del soggetto, deve essere un trattamento del soggetto e non della sua periferia ossia un trattamento del suo corpo e dei suoi tessuti. Ora, l’alcol e le droghe non guariscono affatto il soggetto, si accontentano di toccare il suo tessuto.
I sogni sono un’altra autoterapia. Mi aspetto un numero alto di visioni da qui all’anno 2000; sono già molto abbondanti. La posta quotidiana mi dà notizia di visioni a destra e a manca; e io dico, come uno dei miei predecessori: “Nella mia diocesi, la Vergine non appare.”
Ci sono anche le nuove saggezze dell’oriente e il sogno di una religione universale che sarebbe una religione terapeutica. La sua caratteristica è di essere senza sforzo e senza conversione. Si entra in questa religione come si entra in una casa di cura dove bisogna accettare supinamente. All’evidenza, è il contrario di ogni religione, e soprattutto del cristianesimo, dove il punto di partenza è la conversione. La religione non è una talassoterapia.
Infine, come automedicazione secretata dalla nostra società, vi è anche il calore delle sette e dei piccoli gruppi. Il loro segreto consiste in questo: in questo mondo così grande e così difficile ad abbracciare, a domare, la soluzione sta nella miniaturizzazione. Le sette ne sono una specie. La scala è ridotta: pochi dogmi, appena due o tre, soprattutto nessun grande catechismo come quello della Chiesa romana, ma tre pagine, alcune regole di vita, niente di più! Certamente non ci sono 12 articoli di fede e neppure tutta una Bibbia di 72 libri, ma solamente alcuni testi. Pochi dialoghi peraltro, ma una leadership ferma e chiara, un anonimato totalmente esorcizzato. Questo formato “mini” caratterizza le sette.
Ecco dunque le otto terapie che, credo, non hanno nessun avvenire. Tuttavia, ci sono e non bisogna disprezzarle: quando si è ammalato, si provano tutti i rimedi. Io sarò l’ultimo a gettare la pietra a coloro che si affidano a tutte queste pratiche. Non si tratta di condannare ma piuttosto di compatire.
Allora esiste forse una vera terapia? Io lo credo. E la riassumo in una sola parola: la vera terapia per la nostra epoca, per guarire i mali del paesaggio che abbiamo appena imboccato, è la speranza. Ciò che manca terribilmente alla nostra società, è la speranza! Molte altre cose sono necessarie: la fede, la carità, la generosità, la solidarietà, ma la speranza manca particolarmente nella nostra società. Questa non sta facendo solamente una crisi cardiaca; essa è vittima di un arresto del cuore che significa morte immediata. Se le altre cose mancano, si può evidentemente fare una crisi cardiaca ma delle terapie esistono e, purché si sia abbastanza vicini ad un ospedale, l’accidente non è mortale. Ma la speranza non si trova alla periferia della civilizzazione, ne è il muscolo cardiaco, il miocardo. Se il muscolo si ferma, la vita si ferma. Abbiamo un gran bisogno di una iniezione di speranza.
La speranza è la stessa cosa della gratuità ma non è l’utopia. Qual è la differenza? L’utopia è una speranza che si fonda sui miei propri sforzi, le mie proprie capacità; l’utopista aspetta qualche cosa di totalmente nuovo ma è convinto che lo realizzerà lui stesso. Colui che spera aspetta anche lui qualche cosa di totalmente nuovo ma questa novità viene da un altro luogo ed egli non può né deve realizzarla con le sue forze o con la sua propria iniziativa.
L’utopia è sforzo e tensione. L’esempio più recente e forse il meglio conosciuto nella storia umana è il marxismo: il suo obiettivo era di cambiare la società, di fondare una società perfetta con i nostri propri mezzi e se necessario con la forza e la violenza. Certamente, colui che spera non è passivo, ma egli sa che c’è qualche cosa di miracoloso nella novità che deve venire, che la società di domani gli sarà data da un altro luogo. In altri termini, nella speranza è sempre implicata l’affermazione di una trascendenza. Impossibile sperare senza trascendenza.
In altre parole, è impossibile sperare senza Dio! La speranza viene da un altro luogo. Non viene dalla mia intelligenza, non viene dalla mia abilità tecnica, non viene dai miei meriti. È una energia che sorge nella vita e nella società come spunta una sorgente. Tutte le sorgenti ci sorprendono, non si sa mai da dove arrivano. Di colpo sono qui. Una sorgente è imprevedibile. È molto differente da un rubinetto: non si apre una sorgente, la si scopre. E se mi permettete il paragone, l’utopia è un rubinetto e la speranza è una sorgente. Quest’ultima implica da qualche parte l’esistenza d’un trascendente.
Veniamo adesso all’essenziale di ciò che volevo dirvi questa sera: il bello non è soltanto una forma di speranza, è la metamorfosi della speranza. Il bello è praticamente sinonimo della speranza e della gratuità. E sono intimamente convinto che il bello è terapeutico. È la terapia adatta al nostro tempo. Non ho inventato questo perché è il tema del vostro congresso, lo sapevo già prima. Sono convinto che Dostoevskij ha ragione quando scrive: “La bellezza salverà il mondo”. Ma intendiamoci bene, il bello non è unicamente l’esteticamente bello, costui ne è una forma. Il bello è molto più grande, più avvolgente, più trascendente del esteticamente bello. Il bello è tale e quale come i greci lo hanno definito quando dicevano: “kalos kagathos”. Kalos vuol dire bello e kagathos significa buono, kalos kagathos è la miscela dei due. Il termine che corrisponde il meglio nel nostro linguaggio è nobile. La nobiltà umana è proprio il bello. Quindi non facciamo errori; se Dostoevskij dice: “il bello salverà il mondo”, ciò non significa solamente: “l’arte salverà il mondo”; ciò significa: “La nobiltà umana salverà il mondo”. La bellezza ne é la scintilla.
Come mai il bello è talmente terapeutico per la nostra epoca? Torniamo ai punti neri del paesaggio che abbiamo evocato all’inizio. Il bello ne è l’antidoto. Innanzitutto, il bello implica la fede. La fede è la memoria. È l’atto di radicarci in qualche cosa che ci ha preceduto. Colui che si fissa nel bello entra necessariamente in una tradizione, in quanto gli altri hanno fatto di bello prima di lui. Non esiste il bello senza memoria, senza legami con il passato. Non c’è mai l’amnesia nel bello. Il bello non ha cominciato ieri sera. Niente è bello, nel senso forte del termine, che non tenga conto del passato e non sia collegato con lui.
Ora, la nostra epoca soffre di essere separata da ciò che ci ha preceduto. Questo taglio non riguarda solamente la storia dell’arte, ma tutto ciò che gli uomini hanno fatto di bello prima di noi. Il bello costituisce una terapia, una guarigione da questo isolamento dell’uomo moderno che ha dimenticato tutto, che assomiglia a qualcuno che uscirebbe dal comma, incosciente da ciò che gli è successo. Il bello mi collega col mio passato, col passato dell’umanità. Esso dà all’uomo e alla società delle fondamenta solide. È l’unico mezzo per raggiungere una certa pace, una certa serenità: se non avessi niente alle spalle dove appoggiarmi, se non avessi niente dove sedermi, flutturerei . L’uomo moderno che ha dimenticato il suo passato è come un cosmonauta nella sua capsula, fluttua, non è agganciato a niente e in ogni momento deve aggrapparsi ad una cosa o all’altra per fermarsi. Il bello ci ancora nella lunga storia di coloro che ci hanno preceduti; ogni arte vera porta nei sui geni, nel suo A.D.N., qualche cosa del passato. Anche quando dà l’impressione di essere totalmente nuovo, è già stato inventato. Ecco perché, nell’arte moderna, si trovano delle tracce evidenti d’arte primitiva. Il nostro entusiasmo per queste forme viene dal fatto che questa arte primitiva è il nostro nonno, forse nostro padre. Il bello è quindi fondamentalmente terapeutico perché implica una certa memoria, una fede, la fede è memoria.
Il bello implica anche il fatto di essere collegato con un avvenire. È una cultura dell’avvenire e una visione sull’avvenire. Esistono due grandi tentazioni che sono veramente deprimenti: da un lato l’assenza di immaginazione, l’ossessione del passato, l’assenza di rinnovamento, una sorta di cattivo narcisismo, e dall’altra parte la fiducia temeraria nella novità. Il bello crea equilibrio: esso prepara l’avvenire, lo introduce, lo annuncia, l’anticipa perché non è né temerario né privo d’immaginazione ed è sempre a caccia di ciò che sta per succedere. È profondamente penetrato dalla speranza.
Terza terapia per la nostra epoca: il bello ha la forza di far scattare l’azione, di svegliare l’energia. Esso mette in movimento perché è simbolico. Ogni cosa bella è simbolica e ogni simbolo è una leva capace di farmi agire. Non so più chi ha detto: “datemi un simbolo e io cambierò il mondo”. Ma è vero che con un simbolo si può cambiare il mondo. Con la sua polivalenza, per il fatto che le sue radici affondano nelle immagini archetipiche, nell’archeologia delle nostre coscienze umane, il simbolo emana energia. L’antica definizione di bello, nella teologia e la filosofia scolastiche è che esso proviene dal vero. Il bello è l’alone attorno al sole, là dove il sole è il più caldo e il più luminoso. Quando voi pensate al vero, l’alone dove il vero è il più vero si chiama il bello: costui è lo splendore del vero. Il bello è precisamente la forza inerente al vero, forza che mi mette in movimento. Mi scotto gli occhi quando guardo in giro al sole, là dove esso sviluppa la sua energia massima. Questa energia non risiede nel centro del sole.
Il bello contiene una forza immensa di mobilizzazione, esso è il preludio della carità. Dare e mostrare qualche cosa di bello alla gente la rende incapace di fare il male, e ancora di più la rende incapace di non fare il bene. Niente mette meglio in movimento che dare da vedere qualche cosa di bello.
Se fin qui mi avete seguito, avrete probabilmente notato che il bello è per così dire la sintesi della fede, della speranza e della carità. Esso collega col passato attraverso la fede, anticipa l’avvenire mediante la speranza e nello stesso tempo è la carità che mi fa agire subito. È dunque profondamente terapeutico. Una cura di speranza, di fede e di carità o di vero, di bello e di buono è profondamente terapeutica per l’uomo. Il bello guarisce tutte le ferite. Guarisce innanzitutto dal terrore dell’utile, dal terrore dell’economico puro, del tecnico puro, del calcolo puro. Non esiste niente di più terapeutico che mostrare qualche cosa di bello. Ecco perché è assolutamente necessario che nelle nostre città, vicino ai luoghi tecnici, le centrali elettriche, telefoniche o altre, abbiamo anche dei luoghi per il bello. Non ho mai visto che, alla domenica sera o durante l’estate, si vada a sedersi in gruppo vicino ad una centrale elettrica. Noi scegliamo una piazza dove c’è una statua, una scultura, una bella costruzione.
Il bello è terapeutico perché scatena nella società e nell’uomo una dimensione di contemplazione. Una cultura senza bellezza è una cultura che manca totalmente di contemplazione e di interiorità. Il bello è dell’ordine del vedere, non è dell’ordine del manipolare. È fatto per girare attorno a lui, non per toccare. Si distrugge quando viene toccato. Assomiglia a queste miniature del medioevo coperte con la foglia d’oro: se si mette il dito sopra, lo sfaviglio dell’oro scompare, la foglia cade. Il bello è da contemplare; è dell’ordine dell’occhio e non dell’ordine della mano. L’occhio è l’organo il più vicino all’oggetto che vede, e nello stesso tempo il più rispettoso. Non potete essere più vicini a me che nei miei occhi e pure io non vi tocco. Una cultura senza bellezza è una cultura senza contemplazione. È una cultura chiusa. La bellezza non serve a nient’altro che “girare attorno” e guardarla. Un’arte che è all’opposto della contemplazione è ad esempio l’arte sovietica: vuole eccitare ma non ha mai messo nessuno in movimento, è solo l’illustrazione di un’idea o di una volontà. È un anti-arte.
Il bello evoca pure una cultura dell’universale: rompe l’isolamento. È soprattutto un linguaggio che tutti comprendono al di là dei linguaggi e dei segni, ovunque nel mondo. Anche se non capite niente di una opera teatrale, potete essere profondamente commossi. Andate a Epidauro, in Grecia e assistette ad Antigone di Sofocle: non capirete quasi niente e tuttavia capite tutto! È un caso estremo, in una lingua straniera, ma il modo in cui parlano e gridano Antigone o Edipo, il modo in cui grida e canta il coro degli anziani dicono tutto. Il dramma di Edipo che si cava gli occhi perché è stato vittima di una specie di destino caduto su di lui quando ha sposato sua madre è ucciso suo padre senza saperlo, è compreso da tutti e tutti compatiscono. Evidentemente, ciò vale molto di più per le forme d’arte dove il linguaggio non ha o ha poco ruolo: la pittura, scultura, la musica. Il bello crea così una cultura dell’universale. Afronta la solitudine dell’uomo, la sua reclusione. Apre le finestre e le porte. È incompatibile con la violenza, tranquillizza, rende sereno, mi mette in accordo con me stesso.
Il bello consiste nell’armonia e la riconciliazione dei contrari. In lui, il paradosso è possibile. La contraddizione degli opposti che si escludono è rapportato ad un paradosso accettabile. È per questo che Dio è supremamente bello: così come lo conosciamo, il Dio dei cristiani è nello stesso tempo infinitamente elevato e maestoso e infinitamente vicino. Eppure, l’allontanamento e la prossimità non sono compatibili. La trascendenza e l’immanenza sono riassunte e sintetizzate in un solo essere, e da ciò deriva la sua estrema bellezza.
Il bello è pure profondamente terapeutico nella misura in cui crea un legame tra me e gli altri, il mondo, la storia, la natura, il cosmos... Mi conquista, ricrea dei legami, mi ricollega, è profondamente religioso.
Infine, il bello è la parola compiuta. Ha la polivalenza del simbolo che sintetizza degli aspetti contrari, che può essere interpretato in più sensi, dice in una sola volta mille cose per esprimere le quali servirebbe tutto un vocabolario. Se vi chiedessi di spiegarmi che cosa è una scala a chiocciola, avreste bisogno di almeno 10 righe; nel vocabolario Larousse ci sono cinque righe. Ma c’è un mezzo molto più semplice per dire tutto ciò che è da dire: basta sostituire il testo con un segno o un simbolo. Se andrete sul mare, sarete nello stesso tempo attivati e impauriti. Nella Bibbia, il mare e l’acqua sono utilizzati nello stesso tempo come simbolo di vita e simbolo di morte. Il battesimo è celebrato con acqua perché significa la nascita ad una vita nuova e la morte ad un’altra vita. Il simbolo è polivalente, sintetico e non analitico. Il bello mi fa afferrare qualche cosa con uno sguardo solo.
Riassumendo, il bello è terapeutico perché implica la memoria, una fede; implica l’avvenire, una speranza; mi fa agire, è fonte di carità. Guarisce le ferite dell’economico, dell’utilitario, guarisce le ferite della manipolazione donandoci la contemplazione, le ferite dell’isolamento rendendo ci universali. Si capisce ovunque, è sentito ovunque. È incompatibile con la violenza e la febbre, dà sollievo e pace. Crea legami, dà punti di riferimento e soprattutto supera la parola semplice perché sintetizza nel paradosso i vari significati polivalenti. Semplifica rendendo comprensibile ciò che è complicato. Fa tutto. Èdel resto il più bel nome che si possa dare a Dio. Mi chiedo se il bello non è il vero cammino per trovare Dio. Dio è evidentemente vero, è buono e bello.
La porta della verità, per i nostri contemporanei, si apre a volte difficilmente perché i nostri contemporanei hanno un senso innato dello scetticismo: che cosa è vero? Siamo tutti dei piccoli Pilati quando poniamo questa domanda. Non sembra che la verità ci interessi in primo luogo, è inaccessibile, e quando la si trova veniamo sospettati di essere pretenziosi e arroganti. Anche se Dio è vero, non so se i nostri contemporanei entrano più facilmente da lui attraverso questa via. Siamo troppo poco interessati per il vero.
Eppure la questione di Dio è enorme, decisiva per l’umanità e per il suo sviluppo. Ora, entrare da Dio attraverso la porta del buono o del bene è pure difficile: se Dio è buono, è troppo buono per me. Non sono capace di fare il bene e l’etica è una porta difficile per avere accesso a Dio al giorno d’oggi. Siamo profondamente convinti dall’esperienza e un po’ dalla paura che siamo incapaci di vivere eticamente, moralmente. Un Dio perfetto ci scoraggia e un Dio vero supera la nostra comprensione. Ma se si entra attraverso la porta del bello tutte le resistenze cadono. Provate con dei giovani, parlate con loro di Dio come fonte del vero, della grande verità, tutti dormono. Parlate di Dio come esempio di moralità: sono tutti di cattivo umore. Mostrate che Dio è bello nella Bibbia, nella creazione, nell’uomo, nella coppia, in Gesù, nelle opere d’arti, nella storia dell’arte, nelle icone, nell’arte del Rinascimento, nelle piccole chiese romaniche, e, quando sono un po’ più vecchi, nel barocco; facciamo vedere il bello in Dio dicendo che egli è la stessa bellezza, non dico che questo li convertirà tutti ma perlomeno non c’è resistenza.
Per quanto io possa sapere, c’è solo un teologo nel nostro secolo che ha provato a fare questo approccio a Dio, che si è orientato verso Dio attraverso il bello, ed è Hans Urs von Balthasar. Gli altri si sono collocati nell’ordine del vero, della morale, della bontà o del bene. Ma la vera teologia è anche un’estetica nel senso più forte del termine. E del resto è il titolo delle opere di Balthasar: “l’estetica teologica”. Ancora una volta non è l’estetica nel senso artistico del termine, ma il fatto di risentire qualche cosa, di essere commosso, di essere colpito da qualche cosa. Non sto chiedendo che i teologi lascino da parte le vie del vero e del bene per andare a Dio esse sono troppo importanti. Ma se noi dovessimo dare ai nostri contemporanei la possibilità di trovare un passaggio verso Dio attraverso il bello, faremmo un’opera grande. Nei corsi di teologia, anche se non va trascurato il senso critico della ricerca del vero, ci sono ancora troppo pochi punti tra teologia e letteratura, arte e storia. Come è possibile che Dio che è la fonte di ogni bellezza appaia così poco in questa dimensione nelle nostre università! Non me lo spiego.
Terminerò con un semplicissimo esempio: quando ero professore in seminario, dovevo dare dei corsi di teologia sacramentale a proposito del sacramento di penitenza, della riconciliazione, della confessione. Mi chiedevo come parlare a questi giovani della confessione, c’era parecchia resistenza. Allora ebbi l’idea,-e lo faccio ancora in altre occasioni- di leggere con loro le grandi opere letterarie sulla colpa, la colpevolezza, la redenzione, l’espiazione... per far vedere loro che la confessione non è solamente ciò che si svolge nel confessionale ma che occupa uno spazio immenso nella storia dell’umanità. Non si tratta solamente di un piccolo trattato di teologia cattolica, ma di un problema col quale i greci avevano già lottato, durante secoli, senza mai trovare la soluzione. L’idea di colpa, di pentimento, di rimorso, di vendetta, di violenza, di perdono, di riconciliazione, di riparazione, è talmente fondamentale nel cuore dell’uomo, così vicina alla sua spina dorsale. E gli studenti mi dicevano: “non ci avremmo mai pensato”. Alcuni miei colleghi mi chiedevano perché perdevo tre mesi con della letteratura. Rispondevo semplicemente come questo americano al quale si chiedeva perché non andava sulla luna: “perché è qui” e rispondevo quindi: “perché questi scritti sono qui”.
Ecco ciò che avevo da dirvi questa sera sul bello e sulla gratuita. Grazie della vostra attenzione.